Il valore del volontariato secondo E-ducare
Oggi torniamo a parlarvi di e-ducare, l’associazione che realizza progetti educativi per le comunità che vivono in contesti di fragilità economica e sociale. Per conoscere più da vicino la visione che guida la non profit, abbiamo intervistato Pierluigi Coscia, Founder and Chairman di e-ducare, che ci ha spiegato qual è il valore aggiunto che il volontariato digitale può offrire ad un’organizzazione internazionale.
Com’è nata e-ducare e quale visione ha ispirato la creazione dell’associazione?
e-ducare nasce da una convinzione molto semplice: il luogo o le condizioni in cui un bambino nasce non dovrebbero determinare le opportunità che avrà nella vita. L’educazione è al centro della nostra missione perché crediamo sia uno degli strumenti più potenti per consentire a una persona di costruire il proprio futuro con maggiore libertà e autonomia. Ma negli anni abbiamo imparato anche che non basta costruire una scuola o fornire materiale didattico. Un bambino che non ha accesso all’acqua, al cibo, alle cure mediche o a un ambiente sicuro difficilmente potrà beneficiare pienamente dell’istruzione.
Da qui nasce il nostro approccio: mettere il bambino al centro e intervenire, quando necessario, anche sulle condizioni che rendono possibile l’apprendimento. C’è poi un principio per noi fondamentale: non arriviamo nelle comunità pensando di sapere noi ciò di cui hanno bisogno. Ascoltiamo, lavoriamo insieme alle persone e ai partner locali e costruiamo i progetti con loro. La nostra missione rappresenta il perimetro entro cui operiamo, ma sono il dialogo e la conoscenza del territorio a guidare le soluzioni.
In fondo, il nostro obiettivo non è decidere quale debba essere il futuro di un bambino, ma contribuire a dargli gli strumenti, le opportunità e la libertà per poterlo scegliere.
La visione di e-ducare si sviluppa attraverso una dimensione internazionale che mette in relazione persone, competenze e organizzazioni provenienti da contesti diversi. Come si sviluppa la vostra attività e quali opportunità offre?
e-ducare è nata in Irlanda e solo quest’anno abbiamo sviluppato una presenza strutturata anche in Italia. I nostri programmi sono attualmente realizzati in Tanzania e Vietnam. Questa dimensione internazionale ci permette di mettere in relazione persone, competenze, aziende e organizzazioni provenienti da contesti molto diversi con le comunità nelle quali realizziamo i nostri programmi.
Per noi l’internazionalità non è semplicemente una questione geografica. È soprattutto la possibilità di creare una comunità globale di persone che mettono competenze, relazioni e tempo a disposizione di una missione comune.Questo è particolarmente evidente nel volontariato digitale: una persona può contribuire a un progetto in Tanzania o Vietnam lavorando da Dublino, Milano, Roma, Mumbai, Dar Es Salaam o da qualsiasi altra parte del mondo.
Un altro elemento distintivo di e-ducare è il suo particolare modello organizzativo: l’associazione è interamente gestita da volontari, ma adotta modalità di lavoro e strumenti tipici del mondo profit. Come siete riusciti a coniugare efficienza organizzativa e impatto sociale?
E-ducare è gestita interamente da volontari, ma organizzata con logiche molto vicine a quelle di un’azienda.
Abbiamo ruoli definiti, responsabilità chiare, processi, project management, obiettivi e strumenti digitali per collaborare. Molti dei nostri volontari portano nell’organizzazione competenze maturate professionalmente e questo ci consente di applicare metodologie del mondo corporate a una finalità esclusivamente sociale. Crediamo che solidarietà ed efficienza non siano affatto in contraddizione. Anzi, quando qualcuno ci affida una donazione, del tempo o una competenza, abbiamo la responsabilità di utilizzarli nel modo più efficace possibile.
Il modello interamente volontario ci consente inoltre di mantenere estremamente contenuti i costi di struttura e di destinare quasi tutte le risorse raccolte direttamente ai programmi. Naturalmente questo modello richiede organizzazione. Il volontario deve sapere cosa ci si aspetta da lui, avere strumenti adeguati e soprattutto comprendere come il proprio lavoro contribuisca alla missione. È proprio su questo che stiamo investendo molto.
L’educazione è al centro della missione di e-ducare anche attraverso programmi che cercano di sperimentare nuovi approcci all’apprendimento. Tra questi c’è STEAM+. Come è nato il programma e quale valore aggiunge al percorso formativo dei giovani?
STEAM+ nasce prima di tutto da una riflessione: oggi abbiamo a disposizione strumenti e tecnologie straordinari per rendere l’apprendimento coinvolgente, interattivo e accessibile, eppure continuiamo spesso a insegnare utilizzando metodi che sono cambiati molto poco nel tempo. I bambini e i ragazzi vivono in un mondo fatto di tecnologia, immagini, interazione e accesso immediato alle informazioni. Crediamo quindi che l’educazione debba riuscire a parlare maggiormente il loro linguaggio, senza rinunciare al rigore e alla qualità dell’apprendimento. Da qui nasce STEAM+: non semplicemente un programma per insegnare Science, Technology, Engineering, Arts e Mathematics, ma un modo diverso di avvicinarsi alla conoscenza. La nostra aspirazione è far sì che un ragazzo non pensi “devo imparare questa cosa perché me lo chiedono”, ma piuttosto “voglio capire come funziona”. Vogliamo trasformare, per quanto possibile, il dovere di imparare nel desiderio di scoprire. Un principio fondamentale è quindi il learning by doing, fortemente associato alla pedagogia di John Dewey: imparare attraverso l’esperienza, la sperimentazione, la soluzione di problemi e la partecipazione attiva, anziché limitarsi alla ricezione passiva di informazioni. Pensiamo, ad esempio, alla differenza tra spiegare a un bambino alcuni principi della fisica esclusivamente attraverso un libro e permettergli di costruire qualcosa, fare un esperimento, formulare un’ipotesi, sbagliare, capire perché non ha funzionato e provare nuovamente. La conoscenza diventa esperienza, e proprio per questo può diventare più comprensibile, interessante e memorabile.
Ma abbiamo aggiunto un elemento che consideriamo altrettanto importante: il “+” di STEAM+, rappresentato dalle Power Skills. Creatività, pensiero critico, problem solving, comunicazione, collaborazione, leadership, intelligenza emotiva, capacità di adattamento, educazione finanziaria, sono sempre più importanti per consentire ai giovani non soltanto di acquisire conoscenze, ma di utilizzarle nella vita reale. I Power Skills sono la marcia in più necessaria in ambito lavorativo, sociale e nella vita in generale.
Anche qui il metodo è parte dell’apprendimento. Quando un gruppo di ragazzi deve progettare qualcosa insieme, non sta imparando soltanto scienza o tecnologia: deve confrontarsi, distribuire compiti, comunicare, affrontare un problema, gestire un errore e trovare una soluzione. Le competenze tecniche e quelle umane crescono insieme.
L’obiettivo è costruire progressivamente un ecosistema educativo aperto, nel quale volontari, insegnanti, università, professionisti e aziende possano contribuire alla creazione di esperienze e contenuti educativi di qualità.
In definitiva, con STEAM+ non vogliamo soltanto chiedere ai ragazzi di imparare di più. Vogliamo aiutarli ad avere voglia di imparare, a scoprire facendo e a sviluppare gli strumenti per continuare ad apprendere per tutta la vita.
Tra i vostri progetti c’è anche Voices for Change, che utilizza la musica come strumento educativo per promuovere solidarietà, inclusione e cittadinanza globale. Come è nata questa iniziativa e quali obiettivi si propone di raggiungere?
Nasce da un’idea semplice: la musica può essere molto più di un’esperienza artistica. Può diventare uno straordinario strumento educativo, capace di aiutare i bambini a conoscere se stessi, comprendere gli altri e sentirsi parte di una comunità più ampia.
Il programma è rivolto alle scuole e accompagna bambini e ragazzi tra i 6 e i 14 anni durante un intero anno scolastico. Gli studenti formano un coro e imparano canzoni. Ma il coro è, in realtà, il punto di partenza di un percorso educativo molto più ampio.
Abbiamo costruito Voices for Change intorno a quattro elementi: musica, educazione, solidarietà e azione. Attraverso le canzoni, i bambini vengono accompagnati a riflettere su realtà diverse dalla propria. L’obiettivo è far emergere ciò che accomuna tutti i bambini: diritti, emozioni, speranze, paure e aspirazioni.
C’è poi un aspetto a cui teniamo particolarmente: il programma non si ferma alla sensibilizzazione. Vogliamo che i ragazzi scoprano cosa significa essere cittadini attivi, sperimentando attraverso iniziative concrete e adeguate alla loro età che anche piccoli gesti, quando diventano un’azione collettiva, possono produrre un cambiamento.
Il coro stesso diventa una metafora molto efficace di questo principio: ogni voce è importante, ma è imparando ad ascoltare e a lavorare insieme che le singole voci diventano qualcosa di più grande. Per questo Voices for Change contribuisce anche allo sviluppo di quelle che definiamo Power Skills: sicurezza in se stessi, comunicazione, ascolto, collaborazione, creatività, problem solving, empatia, intelligenza emotiva e consapevolezza sociale. Il coro è volutamente inclusivo e non selettivo: non conta il livello musicale di partenza o il rendimento scolastico, perché ogni bambino deve poter trovare il proprio spazio e sentirsi parte del gruppo. Il percorso culmina in una performance aperta alle famiglie e alla comunità. Non è semplicemente il concerto di Natale o di fine anno: è il momento in cui i bambini diventano protagonisti e condividono con gli altri ciò che hanno imparato, trasformando la musica in un’occasione di partecipazione e sensibilizzazione. In questo senso, Voices for Change rappresenta molto bene la nostra idea di educazione: non soltanto trasmettere conoscenze, ma aiutare i ragazzi a sviluppare gli strumenti per comprendere il mondo, relazionarsi con gli altri e scoprire che anche loro possono contribuire a cambiarlo.
Quali sono oggi le sfide più importanti per una realtà interamente basata sul volontariato e cosa vi motiva a portare avanti questa missione?
La principale sfida è probabilmente anche ciò che rende il nostro modello così interessante: trasformare disponibilità individuali in una vera organizzazione. I nostri volontari hanno professioni, famiglie e impegni. Non possiamo semplicemente chiedere più tempo. Dobbiamo essere capaci di utilizzare bene quello che decidono di donarci.
Questo significa avere processi semplici, responsabilità chiare, strumenti digitali efficaci e progetti ben organizzati. Significa anche trovare le competenze giuste: oggi una ONG ha bisogno non soltanto di persone sul campo, ma anche di project manager, sviluppatori, esperti di comunicazione, fundraising, HR, finanza, tecnologia e molte altre professionalità. La motivazione, invece, arriva continuamente dai programmi. Quando una scuola che prima non esisteva accoglie centinaia di bambini, quando un giovane riesce a proseguire gli studi laureandosi con il massimo dei voti, pur provenendo da una situazione estremamente complessa, quando una comunità ottiene accesso all’acqua o quando un bambino riceve cure che prima erano difficilmente raggiungibili, diventa molto concreto il significato delle ore che ciascun volontario ha messo a disposizione.
Arriviamo così al tema che ci è particolarmente caro: il volontariato digitale. Oggi molte attività possono essere svolte anche a distanza e competenze professionali diverse possono trasformarsi in un contributo concreto per un’organizzazione non profit.
Quale messaggio vorreste lasciare a chi sta pensando di dedicare parte del proprio tempo al volontariato digitale?
Non sottovalutate il valore delle vostre competenze o del vostro tempo a disposizione.
Quando si pensa al volontariato internazionale, spesso si immagina di dover partire e andare fisicamente dall’altra parte del mondo. Oggi non è più necessariamente così. Un programmatore che sviluppa uno strumento per rendere più efficiente un’organizzazione, una persona che prepara una campagna di comunicazione, un project manager che migliora un processo, un fundraiser che identifica un’opportunità o un professionista che dedica alcune ore delle proprie competenze può generare un impatto molto concreto, anche lavorando da casa. Il volontariato digitale permette di trasformare ciò che sappiamo fare professionalmente in qualcosa che può creare opportunità per qualcun altro. Noi crediamo nella responsabilità collettiva, soprattutto quando si tratta di bambini, tutti dovrebbero sentirsi chiamati in causa e fare quello che possono. Ognuno di noi può fare qualcosa. Non è necessario avere moltissimo tempo (ci bastano due ore a settimana), è molto più importante scegliere di mettere a disposizione, con continuità e responsabilità, una parte di quello che sappiamo fare.Perché dietro un’attività che può sembrare semplicemente un’email, un foglio Excel, una riga di codice o una presentazione, può esserci qualcosa di molto più grande: un’opportunità che prima, per un bambino, non esisteva.
A volte il primo passo è semplicemente chiedersi: “Che cosa so fare e come posso metterlo a disposizione degli altri?”
Se anche tu vuoi mettere le tue competenze a disposizione del Terzo Settore, scopri i progetti di volontariato digitale presenti su Happy Angel e trova l’opportunità più adatta a te!
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- Sono una triestina trapiantata a Roma da più di dieci anni. Corro soprattutto sul Lungotevere e nei campi del Nordest, adoro la Settimana Enigmistica e la vitovska del Carso. Mi piacciono le persone vere, quelle con le quali poter creare un dialogo, una reciprocità, un ascolto. Credo nella forza della parola e nella sua intrinseca natura di scambio comunicativo.
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